Placebo nello Sport

23 Gen 2016

Per decine di anni si è pensato che il cervello non giocasse un ruolo importante nel determinare le performance atletiche.

Il modello originale dei fattori limitanti le prestazioni umane proposto da Hill nel 1924 suggeriva un declino delle stesse quando le richieste di ossigeno superavano la disponibilità periferica, con conseguente innesco delle funzioni anaerobiche, accumulo di acido lattico, alterazione dell’ omeostasi e calo della contrazione muscolare.

 

Per oltre mezzo secolo questa teoria, peraltro valida, ha influenzato medici e allenatori e solo recentemente accanto al concetto di “fatica periferica” si è sviluppata la convinzione che una “fatica centrale” (cerebrale) giochi un ruolo importante.

Il modello "Central Governor"  propone il cervello come regolatore della performance muscolare e che la fatica intervenga in coincidenza di modifiche della concentrazione di neurotrasmettitori nel cervello, in particolare la serotonina.

 

Un indicatore dell’ importanza del cervello nel determinare le prestazioni atletiche è rappresentato dall’ Effetto Placebo sulle stesse.

“Placebo” è una sostanza inerte senza alcuna proprietà o effetto sulla performance; “Effetto Placebo” è la conseguenza della sua somministrazione ed è dovuto al significato simbolico attribuito al placebo che condiziona un cambiamento mentale e/o organico.

L’ effetto è ampliato dal contesto psicosociale, dal carisma della persona (allenatore, medico) che suggerisce la “terapia” e dalle aspettative del soggetto.

 

Già negli anni '70 (Med Sci Sports 1972;4:124-126) si era mostrato un miglioramento significativo (+4%) della forza massimale in sollevatori di peso cui era stato somministrato un placebo facendo intendere si trattasse di steroidi anabolizzanti.

Studi successivi hanno confermato l’ Effetto  Placebo sulle prestazioni atletiche con un range di risposta variabile dal -7.8% al +50.7% (Sports Medicine 2009;39:313-329).

 

Il placebo agisce non solo per suggestione, ma evoca reali cambiamenti nel cervello e, in caso di tolleranza al dolore, agisce sui recettori specifici con attivazione di sistemi oppioidi.

Infatti bloccando le sostanze oppioidi endogene prodotte dal nostro cervello con un antagonista oppioide, il naloxone, l’ analgesia da placebo scompare (Journal of Neuroscience 2005;25:10390-10402).

La ripetuta somministrazione di un farmaco (Sumatriptan) che aumenta l’ ormone della crescita (HGH) induce risposte placebo condizionate, nelle quali il solo atto della somministrazione per via sottocutanea (senza presenza del farmaco) produce un aumento dell’ ormone (Journal of Neuroscience 2003;23:4315-4322).

Un placebo somministrato a malati di Parkinson attiva la dopamina endogena, quella stessa inibita dalla malattia (Science 2001;293: 1164-1166).

 

Placebo somministrati al fine di evocare stimolazione o sedazione influenzano parametri come la Frequenza Cardiaca e la Pressione Arteriosa (Lancet 1972;1: 1279-1282) o le funzioni respiratorie in soggetti asmatici (Br J Clin Psycol 1986;25:173-183).

Ansia e stress possono essere ridotti dalla assunzione di un placebo (Science 1960; 132:91-92).

 

I placebo sembrano essere i candidati ideali per migliorare le prestazioni mentali e fisiche degli atleti, riducendo o addirittura prevenendo l’ uso di sostanze dopanti, sostituendo le stesse con una prodotto inerte all‘ insaputa del soggetto: “Cheating without Cheating”.

L’ effetto è tanto maggiore quanto l’ atleta è cinicamente convinto di barare.

Chi ha ricevuto in passato trattamenti efficaci in genere diventa un buon Placebo-Responder e alcuni genotipi predisposti rispondono meglio di altri grazie ad un maggiore effetto sui neurotrasmettitori cerebrali.

La componente psicologica gioca un ruolo essenziale nella prestazione fisica: molte sostanze ritenute ergogene inducono in realtà solo un Effetto Placebo, in cui il semplice fatto di aspettarsi un incremento della performance mentale e fisica ha effetti reali sul cervello e sistema motorio.

 

EFFETTO NOCEBO.  L’ effetto placebo può andare anche in direzione opposta: se il soggetto si aspetta l’ incremento di un sintomo o un peggioramento prestativo questo può verificarsi realmente soprattutto nel campo del dolore o performance motoria, con una inibizione della produzione di dopamina (Arch Gen Psychiatry 2008;65:220-231).

 

L’ Effetto Nocebo è sempre più spesso presente nella nostra vita quotidiana senza che ce ne rendiamo conto.

Messaggi mediatici spesso esagerati o falsi su danni per la salute causati da questo o quel presunto pericolo, inducono aspettative negative in coloro che li ricevono, causando quegli stessi sintomi che vengono evocati nei messaggi.