Motore o Serbatoio?

I suiveurs e gli appassionati di ciclismo spesso stigmatizzano questo o quel corridore con giudizi del tipo: “Sì, è un bel corridore, ma ha un motore piccolo…”, intendendo che quel ciclista non ha abbastanza fondo, cede alla distanza o alla fatica che si accumula giorno dopo giorno. 

A mio avviso sarebbe più giusto affermare che quell’ atleta ha un “serbatoio piccolo” o poco efficiente. 
E’ il funzionamento del serbatoio infatti che determina le doti di fondo e di recupero. 
Per serbatoio intendo non solo quanto glicogeno o trigliceridi sono immagazzinati nei muscoli, ma anche la capacità di utilizzare sotto sforzo gli acidi grassi del tessuto sottocutaneo, di alimentarsi e di assimilare in allenamento o in gara. 

Il motore esprime invece le prestazioni che l’atleta riesce ad erogare indipendentemente dalla disponibilità di carburante: sono gli sforzi che durano poche decine di minuti quelli che esaltano il grande motore, in grado di erogare molti watt di potenza, a prescindere dal consumo. 

Il ciclismo moderno, specie in questi ultimi 10-15 anni, ha premiato sempre più il grande motore, ridimensionando l’ importanza del serbatoio. 
Il livello medio dei corridori si è alzato di molto, così come il numero di squadre ed atleti in grado di vincere: questo ha portato a corse molto tattiche, dove nessuno ha la forza o il coraggio di attaccare da lontano, perchè in troppi, dietro, organizzerebbero una rincorsa efficace. 

Di fatto i migliori aspettano gli ultimi km dell’ ultima salita per attaccare: 10-20 minuti “ a tutta” esaltano la potenza più che la resistenza, il motore più del serbatoio. 
A questo si è aggiunta la tendenza ad accorciare i kilometraggi delle corse e delle tappe, in nome dello “spettacolo” e di una fraintesa lotta al doping. 

In realtà, almeno per il secondo punto, è esattamente vero il contrario: se è relativamente facile “truccare” il motore, assai più difficile è ingrandire il serbatoio. 

Il percorso della tappa di Sestrière del Giro di quest’ anno, con il Colle delle Finestre, ha finalmente ricordato ed esaltato l’ importanza cruciale della resistenza, della intelligente distribuzione dello sforzo, dell’ alimentazione/idratazione in corsa, proponendo uno spettacolo agonistico entusiasmante ed incerto fino sul traguardo. 

Sono le salite lunghe e dure, o le salite/discese non inframezzate da tratti di pianura o falsopiano, che incoraggiano gli attacchi da lontano e che restituiscono al serbatoio priorità nel determinare il risultato di gara. 

Anche le cronometro più lunghe ed impegnative, con salite, discese e pianura, sarebbero più adatte a quei corridori meno potenti, ma più resistenti. 
Molto diverso è infatti uno sforzo in solitario di 2 ore, rispetto ad uno di 40-60 minuti, come ben sanno gli specialisti della maratona, nell’ atletica.

30 Nov 2005